Creatura Frattale

Ciao Julia, creatura frattale, un po’ logica e un po’ irrazionale, nata da un sogno ad occhi aperti. Oggi, dopo cinque anni esatti, ci ritroviamo qui per scrivere insieme la fine della nostra blogterapia.

Prima, però, dobbiamo concederci un saluto come si deve.
Innanzi tutto grazie per avermi protetto con il tuo manto rosa, per aver avvolto il mio dolore con la tua bellezza. In questi anni mi hai fatto da ombrello, da amica, da sorella. Mi hai fatto parlare quando ero chiusa in me stessa, hai dato un ritmo alle mie giornate, hai garantito una continuità psicologica al mio cammino verso la guarigione. Mi hai aiutata a rinascere, e questo non si può dimenticare.

Non è facile separarmi da te, Julia. Da quando ci sei, ogni volta che mi sono guardata allo specchio, ho visto anche il tuo riflesso. Ogni volta che, grazie a te, sono riuscita a mettere nero su bianco qualcosa di particolarmente difficile (come questo post, mannaggia!), mi sono sentita subito meglio. Ogni volta che ho cercato di dare un senso alla mia storia, ho trovato direzione e conforto nelle parole del nostro blog. Grazie perché hai trasformato la mia vita in racconto, hai dato le ali al mio diario facendolo diventare vivo, e nello stesso tempo mi hai aiutata a capire meglio me stessa, ad affrontare l’idea del futuro, a sorridere. Grazie perché con te ho vissuto quella vita normale ma non banale che non ho mai smesso di desiderare, sia durante le fasi più difficili della malattia, che in quelle più delicate della guarigione.

Adesso scappo, Julia. Ho sempre tante cose da fare, lo sai. No, non sono triste, perché so che tu resterai qui a proteggere la nostra bella storia. Già: noi due, un passo alla volta e senza mai prenderci troppo sul serio, in questi anni vissuti pericolosamente abbiamo scritto un racconto di speranza, e non é poco. Ora io devo camminare con le mie gambe – cercando di non fare troppi danni -, mentre a te tocca rimanere qui, a difendere questo lieto fine.

Tieni botta, Julia; ti prometto di farlo anch’io.
E mi raccomando: nessun consiglio, nessuna lezione, solo un abbraccio forte a tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, faranno un giro tra le nostre parole.

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E così

E tra una scossa e l’altra, l’oncologo le disse: “Julia, sono passati cinque anni dalla diagnosi e dalla cura. Vista la tua attuale buona situazione di salute, e soprattutto visto il tipo di cancro aggressivo che hai avuto (della serie che se non lo elimini del tutto recidiva subito, per intenderci), mi sento di affermare che la tua malattia finisce qui. Mi fa piacere se ripassi  a trovarmi tra un anno con la mammografia e gli esami del sangue, mentre altri eventuali controlli li lascio alla tua discrezione. La tua probabilità di ammalarti nuovamente di cancro è solo di poco superiore a quella di tutte le altre persone della tua età. Per questo ora ti lascio andare, ma se hai bisogno telefona quando vuoi.”

E così Julia uscì dal policlinico, aggirò le parti transennate a causa del terremoto, e si trovò improvvisamente all’aria aperta, nel mondo dei sani. Un mondo molto ferito, ma pronto a risollevarsi. Il posto giusto per continuare a fare la propria parte, per tutta la vita.

Poi salì in macchina e andò a comprarsi un gelato.

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Casca il mondo, casca la terra

29 maggio, ore nove. Ero nel parcheggio, stavo caricando in macchina il computer e altro materiale per il lavoro. Un rumore di stormo in volo, ho alzato lo sguardo e ho visto la mia casa oscillare sui suoi piloni. Venti interminabili secondi, forse di più. La casa urlava e ballava sulle sue  esili gambe di cemento armato. La rivedo anche adesso, quella folle danza, mi basta chiudere gli occhi. Poi è arrivato il silenzio. Il condominio ha retto, e la gente piano piano è scesa in strada, in cerca di abbracci. Ma io ero già persa, nel mio cervello era già partito l’allarme impazzito lascuola-lascuola-lascuola.

Questa è la mia testimonianza. Non ho sentito il terremoto, l’ho visto.

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Ore spezzate

Mi dicono che nei momenti difficili scrivere aiuta. Allora facciamolo, anche se le cose da dire adesso sono diverse da quelle che sono abituata a trattare. Non basta la mia blogterapia, insomma, lo strumento con il quale in questi anni ho imparato a guardare negli occhi il mio dolore. Si tratta di un dolore diverso, profondo, che non riesco completamente a maneggiare. E’ qualcosa che in certi momenti mi toglie il fiato, non solo le parole.

A partire da sabato scorso la mia terra ha tremato forte e spesso, e trema ancora. Noi a casa stiamo tutti bene, non  abbiamo avuto danni. Siamo ancora spaventati – io forse più delle bambine – ma per adesso finisce lì. Molti miei amici e conoscenti invece hanno perso la casa e anche il lavoro, e non sanno quando la situazione potrà tornare alla normalità. Le foto ormai le avete viste tutti: si sono spezzati gli orologi dei nostri bei campanili, sono crollati i tetti delle fabbriche, e soprattutto ci sono circa seimila persone sfollate e sette morti.

Non c’è un modo semplice per descriverlo. Il primo maggio ho pranzato insieme a un gruppo di cari amici in una casa in cui adesso non si può più entrare, a Bondeno. E il mio ricordo più caro di San Felice è legato ai carri in maschera, con i coriandoli sui capelli delle mie figlie e anche sui miei, appena ricresciuti. Inoltre ho lavorato e tuttora lavoro per ditte che forse non apriranno più i cancelli. Quindi sto bene, ma oscillo sempre, come se avessi perduto il mio equilibrio interno, e anche il senso del tempo. Intanto cerco (come tutti) di darmi da fare attraverso qualche gesto di solidarietà, ma mi sembrano solo gocce nel mare.

Non c’è neanche un modo semplice per risolverlo. La terra trema ancora, e anche se la macchina del soccorso è attivata, non si sa ancora quando si potrà iniziare a progettare una ricostruzione. In più abbiamo tutti un grosso debito di sonno, il che toglie le forze e la lucidità necessarie per cercare di risolvere i tanti e continui momenti di crisi.

Non ho molto altro da aggiungere, per ora. Pesco ricordi sparsi di queste giornate, ma non riesco ad organizzarli in un racconto preciso. Ho sempre da fare, ma non capisco bene dove sto andando. Voglio tornare sulla terraferma, ma non so ancora quando succederà.

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Magic Moment

Il primo maggio, festa dei lavoratori, dopo un apparentemente innocuo messaggio promozionale alla tele, le mie Principesse mi hanno chiesto spiegazioni su cosa fosse esattamente il “cancro”. Ho risposto con relativa tranquillità. La domanda successiva si è rivelata un po’ più complessa, e di lì in poi è stato tutto un crescendo. Ma ho continuato a rispondere, con parole semplici, o meglio tarate sulle loro capacità di comprensione (che a questo punto non definirei bassissime, ecco). La Principessa Piccola si è stancata presto di fare domande, ed è andata a farmi un disegno pieno di cuori con scritto “ti voglio bene”. La Principessa Grande ha insistito di più, ha fatto una serie di sorprendenti collegamenti logici, ed ha ripescato qualcosa dai ricordi confusi della sua prima infanzia: a un certo punto mi è parsa davvero avida di chiarimenti, poi ha prevalso in lei la voglia di tornare a giocare.

Ho sempre pensato che al momento giusto avrei detto loro la verità, senza spaventarle e senza spaventarmi, e così è stato. Adesso sono passati alcuni giorni e le vedo serene, meno male. Ringrazio il cielo di essermi preparata da tempo a questo momento, ma da quando mia figlia di otto anni mi ha detto: “Il cancro è la malattia che hai avuto tu, vero, mamma?” mi sento lo stesso un po’ stupida, come il re nudo della famosa favola.

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Un altro 17 aprile

Oggi è un giorno importante. Innanzi tutto ho finito i controlli semestrali e sono stata promossa. Come da copione c’è sempre qualcosetta da tenere sotto controllo, ma è roba che non cresce, parliamoci chiaro, quindi non ci deve impensierire più di tanto. Anche perché sto entrando nella fascia di età in cui fare visite regolari fa parte della norma, e questo dovrebbe valere un po’ per tutti.

Poi c’è il libro di Anna Lisa, che esce appunto oggi. Non ce l’ho ancora tra le mani, ma questo è il dettaglio meno importante, credetemi. Ho letto l’articolo sulla Stampa ed è bastato a farmi commuovere profondamente. Forse perché anch’io ho un vasetto del miele di Anna Lisa e lo mangio a piccolissime dosi, e vorrei che non finisse mai.

Infine c’è la ricorrenza.  Cinque anni fa scoprivo il mio tumore grazie all’autopalpazione. Ve lo dico senza tanti giri di parole: le mie probabilità di essere qui a parlarne – il 17 aprile di cinque anni dopo – allora non sembravano tanto alte. Noto che la gente si emoziona sempre quando lo sottolineo, e anche io trattengo a stento le lacrime, perdo ogni forma di spavalderia. E’ perché sono stata molto fortunata, anche se la mia strada è lastricata di controlli e nel frattempo ho intrapreso un percorso interiore faticoso e altalenante.

E oggi, 17 aprile, è appunto uno di quei giorni faticosi e altalenanti. Un giorno tutto da vivere, al di là di ogni frase retorica, al di là di tutti i luoghi comuni, le paturnie, le tristezze e le esaltazioni. Nei cancer-blog americani spesso si usa il termine “celebrare” per indicare la necessità e l’attitudine ad innalzare la propria vita di fronte alla malattia. Da noi è meno frequente (il perché lo indaghiamo un’altra volta), ma vi dico solo che oggi ho nel cuore la sensazione che si prova quando si ascolta un bel gospel. Gratitudine, euforia, e un velo di tristezza per tutte quelle cose che non posso cambiare e che mi porterò sempre dentro. Il dolce sapore del miele di Anna Lisa, per esempio.

Un bilancio sintetico, ecco cosa ci vuole adesso. Cinque anni fa con un gesto semplice intuivo di avere bisogno del medico. Ero fiduciosa che non fosse niente, ma le cose non stavano così, e mi sono trovata di colpo a gestire una prognosi difficile da interpretare. Oggi, dopo avermi ribaltata come un calzino, i miei dottori mi hanno detto che va tutto bene. Non avrò mai la garanzia totale della guarigione, ma quel 17 aprile è sempre più lontano, e io sono ancora qui a celebrare la mia vita con una certa soddisfazione. E non mi sento invincibile, non mi vedo vittoriosa, ma – in gergo tecnico – so di essere ancora libera da malattia, e ne sono davvero felice.

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Nel mondo dei sani

Leggo, lavoro, faccio i controlli. Non scrivo, ma per scelta, perché stavolta ho bisogno di immergermi in quella riservatezza un po’ enigmatica che da decenni è la mia coperta di Linus (altro che l’ironia).

In realtà avrei molto da dire: ho una serie di pensieri nuovi che mi frullano in testa e si traducono in visioni del passato, proiezioni sul futuro, immagini che avevo rimosso e che ora mi balzano evidentemente davanti agli occhi. Me li tengo tutti per me, forse perché mi manca ancora qualche chiave di lettura, forse perché mi piace l’idea di nascondermi per un po’.

Penso, vedo, rifletto, faccio i controlli semestrali e intanto vivo come una persona normale. Oltre a questo, dormo sonni profondi ed esprimo una certa lucidità mentre sono sveglia, cosa non sempre così scontata negli ultimi anni.

Cinque anni fa varcavo per la prima volta queste sale d’aspetto. Allora mi sentivo fuori posto, e lo ero veramente. In realtà lo sono anche adesso, e lo sarò sempre, per quanto preparata, abituata, tranquilla. Così una parte di me ora vuole cancellare tutto questo lungo viaggio, mentre l’altra ci ride su, mostrando le numerose etichette appiccicate alla sua valigia.

E’ che star bene è un bell’impegno, vivere nel mondo dei sani una gran fatica. Ci si potrebbe vergognare di una frase del genere, eppure la maggior parte delle persone prova questi sentimenti, senza rifletterci troppo. Io – che invece mi ci arrovello decisamente troppo – me ne vergogno, ma lo accetto. Perché una parte di me è stanca di essere positiva e tutto sommato gentile, mentre l’altra guarda ancora il mondo con gli occhi nuovi della persona appena guarita. E guarire è bellissimo, se non altro perché è una sfida che coinvolge tutte le nostre fragilità.

Sì, ma quando sei guarito, che fai? Non esiste la guida turistica per i guariti, disgraziatamente nessuno ci ha ancora pensato. Allora, dopo che sei guarito ci torni o no, nel modo dei sani? Un bel dilemma, è chiaro che poi viene voglia di nascondersi sotto la coperta di Linus.

Certo, ci torni. Come un ospite per lo più soddisfatto, e in certi momenti addirittura felice. Un viaggiatore cortese, che  quasi si vergogna di approfittare di tutta questa ospitalità, per non parlare di ciò che prova di fronte a questo paesaggio mozzafiato. Un villeggiante di lusso con il proprio bagaglio sempre a portata di mano. Nessuno, nel modo dei sani, saprà mai cosa c’è dentro. Ma se trovate in giro una piccola valigia che contiene solo qualche libro da leggere e una bella storia da raccontare, portatela qui perché è mia.

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